Cobalto, litio & co: l’industria del futuro passa dall’Africa (e dai suoi metalli)

Fonte: Wired – di Luca Zorloni

 

In Africa è pronta una legge che sta facendo sudare freddo chi acquista metalli per le batterie elettriche. Il presidente della Repubblica democratica del Congo, Joseph Kabila, è pronto a firmare un decreto per aumentare le royalties sulle estrazioni di metalli e tassare i profitti delle compagnie minerarie. Il Congo, d’altronde, ha riserve ragguardevoli di oro, rame e cobalto. In particolare, dallo stato dell’Africa centrale proviene il 65% del cobalto estratto al mondo. Perciò, se Kinshasa aumenta le tasse sui metalli, il prezzo di quest’ultimo è destinato a crescere. E dopo aver già subito un’impennata per effetto della richiesta di cobalto dall’industria delle batterie.

Lo scorso anno il prezzo del cobalto è aumentato di più del 190%”, spiega a Wired Matteo Di Castelnuovo, direttore del master in green management, energy and corporate social responsibility dell’università Bocconi di Milano. “Il problema del cobalto è critico”, aggiunge. Perché “è difficile pensare che il mondo possa basare la sua transizione energetica su un solo paese”. Specie se questo paese ha acceso i motori per un rally dei prezzi.

L’Africa, proprio per via dei minerali conservati nelle sue viscere, è una pedina strategica nella scacchiera della trasformazione energetica globale. Se il ventesimo secolo ha sancito il dominio del petrolio e degli sceicchi del medio oriente, il ventunesimo secolo può spostare il baricentro verso altri lidi. Come Africa centrale e Sud America, con le loro riserve di metalli utili per costruire batterie.

Di Castelnuovo evidenzia che “molti studi indicano che adeguate riserve di questi materiali rispondono ai bisogni di una economia dello stoccaggio decarbonizzata”. Dove lo stoccaggio riguarda sia l’energia, quindi la filiera delle batterie, sia i dati, quindi l’industria dell’informatica. Auto elettriche, smartphone, tablet, i dispositivi dell’industria 4.0 sono i motori di questa economia dello stoccaggio.

La produzione di batterie già oggi assorbe il 42% del cobalto. E Di Castelnuovo riferisce che la domanda del metallo raddoppierà entro il 2020. Musica per le orecchie del governo di Kinshasa. Nel 2017 il Congo ha estratto circa 66mila tonnellate di cobalto. Al secondo posto nella classifica mondiale c’è la Cina, che domina sulle terre rare (ne estrae l’80%), ma di cobalto ha ricavato 7.700 tonnellate. In Africa lo estraggono anche Zambia, Sudafrica e Madagascar.

Il litio è l’altro materiale cruciale. Insieme al cobalto serve per le batterie agli ioni di litio che alimentano computer, smartphone e altri dispositivi elettronici. Nel caso del litio il maggior produttore mondiale è l’Australia e, in Sud America, Cile e Argentina premono sull’acceleratore. In Africa lo Zimbabwe sta spingendo per estrarre più litio. In un anno il prezzo è raddoppiato, da 7.400 dollari a tonnellata a 13.900 nel 2017, tuttavia Morgan Stanley preconizza un dimezzamento entro il 2021.

Per l’Africa, sottolinea Di Castelnuovo, “il problema non è tanto nelle riserve, quanto nella produzione”. I tesori del sottosuolo bastano, ma il continente potrebbe non trarne il vantaggio sperato.

Innanzitutto per le condizioni di lavoro. L’Unicef ha calcolato che 40mila bambini lavorano nelle miniere di cobalto del Congo. Amnesty ha indagato sui fornitori di cobalto di colossi della tecnologia e dell’industria, per capire se si approvvigionano da aziende che rispettano i diritti umani e hanno preso contromisure per fermare lo sfruttamento. Per l’organizzazione solo Apple e Samsung hanno intrapreso strategie adeguate al problema. Gruppi come Dell, Tesla, Bmw, Hp e Lg sono stati più tiepidi. Sony, Samsung, Fca, General Motors, Volkswagen e Daimler hanno fatto il minimo. Mentre Microsoft, Lenovo, Renault e Huawei non hanno alzato un dito. Vodafone ha comunicato di aver avviato procedure per contrastare lo sfruttamento dei minori.

Altro nodo riguarda il controllo delle riserve. Le miniere sono in mano alle multinazionali del settore, come Glencore e Rio Tinto. “Pochi giganti controllano il mercato e possono frenare le operazioni per alzare i prezzi”, osserva Di Castelnuovo. La Cina sta muovendo tutte le sue pedine per dominare il mercato. Ha colonizzato l’Africa con infrastrutture, presidia le estrazioni minerarie. E due dei cinque fornitori di batterie più grandi al mondo sono cinesi.

Se da un lato alimenta l’economia mondiale dell’elettricità, dall’altro l’Africa è il continente che ne consuma meno al mondo. “Nel 2015 in Africa il consumo annuo di elettricità pro capite è stato circa 500 kilowattora, contro più di dieci megawattora negli Stati Uniti”, spiega Antonio Cammisecra, amministratore delegato di Enel Green Power. E aggiunge: “In alcuni paesi africani l’elettrificazione è sotto il 25%”.

Come precisa a Wired, Cammisecra reputa che “per lo sviluppo dell’Africa oltre alle microreti servono infrastrutture di trasmissione, in un’ottica di convergenza tecnologica. Lo sviluppo demografico richiede potenza in megawatt”. Secondo Cammisecra, solo il settore delle rinnovabili può soddisfare questa richiesta: “Per un impianto eolico o solare la costruzione richiede 8-12 mesi. Mentre per un ciclo combinato a gas siamo sui 24-30 mesi, per una centrale a carbone 40-60 mesi, con il nucleare oltre dieci anni”.